Non solo nel Mediterraneo: la strage in un centro migranti al confine tra Messico e USA
- Camilla Consonni
- 30 mar 2023
- Tempo di lettura: 2 min
30/03/2023

Vite che si spengono nel fuoco: un’immagine particolarmente inusuale per noi che siamo abituati a vederle inabissarsi nel mare. Ormai quasi familiare, invece, è il racconto del tragico destino del migrante, indipendentemente da dove si trovi nel mondo: sono 38 le persone morte nell’incendio di un centro detentivo di Ciudad Juárez, al confine tra Stati Uniti e Messico, 28 i feriti.
La maggior parte delle vittime, provenienti da Guatemala, Honduras, Venezuela ed El Salvador, erano state catturate nella mattinata del 28 marzo in una retata. Ben 67 persone, infatti, erano state arrestate mentre tentavano di racimolare qualche soldo, chiedendo la carità o lavando i parabrezza delle macchine ai semafori. Negli occhi, la speranza di una città al di là del fiume Rio Grande: El Paso, Texas. Nel centro di detenzione, però, avrebbero appreso che il loro destino sarebbe stato la deportazione. Paura, disperazione, frustrazione e infine il fuoco. L’incendio viene appiccato in protesta dagli stessi detenuti utilizzando dei materassini. La protesta si trasforma rapidamente in tragedia: le porte, infatti, rimangono chiuse. Donne e dipendenti vengono subito fatti evacuare, ma gli uomini rimangono all’interno fino all’arrivo dei vigili del fuoco. A parte una generica promessa di indagini ed eventualmente di ripercussioni sui responsabili, nessuna dichiarazione ufficiale è stata rilasciata, nonostante siano emersi dei video che testimoniano l’inefficienza e la totale mancanza di umanità dei sorveglianti. Nelle parole di Viangly Infante Padron, migrante venezuelana, la rabbia disperata di una donna che ha perso il marito: “Solamente loro avevano la chiave. Era loro la responsabilità di aprire le celle e di salvare quelle vite, indipendentemente dal fatto che fossero detenuti, che volessero scappare o altro. Avrebbero dovuto salvarli”.
Questo, tuttavia, è solamente il tragico climax di una tensione che fermenta da mesi: denunce contro il trattamento dei migranti, scontri con le autorità di frontiera, false informazioni che si trasformano in false speranze e spingono le persone a tentare la traversata ancora e ancora e ancora. Dall’altra parte del fiume, la chiusura è quasi totale: l’impenetrabilità del confine statunitense è frutto della politica migratoria dell’amministrazione Trump, che ha ridotto i casi e le modalità con cui le persone possono chiedere asilo, oltre che del Title 42. Eredità scintillante della pandemia, questo documento permette alle autorità di espellere i migranti anche nel caso in cui abbiano effettivamente diritto all’asilo. Doveva essere una misura sanitaria d’emergenza, ma la sua validità è stata recentemente riconfermata dalla Corte Suprema in un’ottica di cautela e prevenzione. Sono rimandate al prossimo maggio ulteriori decisioni a riguardo.
Camilla Consonni
FONTI:




Commenti