Il prezzo di questa terra
- Camilla Consonni
- 12 ott 2023
- Tempo di lettura: 9 min
Ezra Yachin, 95 anni, è il riservista più anziano delle Forze di Difesa israeliane. Ex-militante dell’organizzazione estremista Lehi, prese parte al massacro di Deir Yassin, tragedia simbolo della Nakba.

Indossa una divisa militare, in mano ha un fucile d’assalto. Ezra Yachin, classe 1928, si mette in posa. Nell'ottobre 2023, è il riservista più anziano delle Forze di difesa dello Stato di Israele. Il suo compito? «Sollevare il morale ai soldati. Non devono mollare, nemmeno ora». Il suo testamento? «Voglio trasmettere il mio sapere alle generazioni future e raccontare loro il prezzo che abbiamo dovuto pagare per questa terra». Il suo passato? Un’esperienza da militante nella Lehi, organizzazione paramilitare estremista colpevole di attentati terroristici e della strage di Deir Yassin.
Ezra Yachin – Autobiografia di un ex-militante

Cresciuto in una terra dove Israele ancora non esisteva ufficialmente, racconta di un’infanzia difficile: gli Ebrei che arrivavano dall’Europa erano mal visti, il loro insediamento ostacolato dai Britannici (che controllavano la Palestina grazie al mandato concordato dopo la caduta dell’Impero Ottomano) e la loro vita «costantemente minacciata dagli Arabi». Un giovanissimo Yachin entrò quindi a far parte della Lehi (vedi approfondimento 1), un’organizzazione paramilitare estremista che vedeva nella lotta violenta contro arabi e inglesi l’unica via per l’affermazione di una “nuova repubblica ebraica totalitaria”. Il sito dell’IDF (Forze di Difesa Israeliane) riporta il racconto delle prime esperienze di Yachin nella Lehi: «Mi ci è voluto un po’ per entrare a farne parte, perché operava in segretezza. Poi ho preso parte a tutte le operazioni “sottoterra”. Ho cominciato passando informazioni: io lavoravo in posta; quindi, copiavo le lettere degli inglesi e le facevo avere ai miei superiori».

La Lehi era, per propria definizione, un’organizzazione terroristica. Ciò si rifletteva anche nelle sue modalità di azione: dall’assassinio
di varie figure politiche collegate al Regno Unito e di “collaboratori Ebrei” agli attentati dinamitardi del King David Hotel a Gerusalemme (91 morti) e dell’ambasciata inglese a Roma (2 morti), sino ad arrivare a Deir Yassin.

Dopo l’omicidio del diplomatico svedese Bernadotte (vedi approfondimento 2), mediatore incaricato dall’ONU di trovare una risoluzione giusta al conflitto, il gruppo paramilitare venne dichiarato “organizzazione terroristica” da parte dello stesso governo israeliano, ma ciò non durò a lungo. Già nel gennaio 1949 infatti fu garantita un’amnistia generale ai combattenti del gruppo; Yehoshua Cohen, esecutore materiale dell’attentato contro il Conte Bernadotte, divenne la guardia del corpo del PM Ben Gurion e nel 1980 fu addirittura istituita l’onorificenza militare del “Nastro Lehi”, conferita ai devoti alla “lotta per l’istituzione dello Stato di Israele”. Un trattamento sospettosamente indulgente, quello della neonata Repubblica parlamentare, soprattutto alla luce di alcuni documenti recentemente declassificati secondo cui il mandante dell’omicidio sarebbe stato proprio il governo israeliano.
Il conflitto arabo-israeliano del 1948 – Narrazioni a confronto
Il 29 novembre 1947 segnò l’inizio dell’escalation: le Nazioni Unite votarono la risoluzione n.181 per la divisione della Palestina tra arabi ed ebrei. Ezra racconta: «Molti danzavano per le strade, ma io e i miei amici non potevamo: sapevamo che quella suddivisione non avrebbe retto nemmeno un giorno. Sapevamo che, pur avendo ricevuto la maggior parte della terra, gli Arabi avrebbero dato inizio a una guerra».

In realtà, lo spazio internazionalmente concordato e concesso a Israele era sensibilmente più esteso di quello riconosciuto agli arabi: al novello Stato sarebbe spettato il 56% del territorio totale, una percentuale giustificata dalla presenza dell’area desertica del Negev. La reazione degli arabi fu di puro sgomento: ci si chiedeva perché a una parte minoritaria della popolazione (gli Ebrei costituivano infatti il 33% della popolazione totale della Palestina) spettasse la fetta più grande di torta. La reazione del popolo ebraico fu di generale accettazione, mentre Begin, comandante dell’Irgun e futuro PM di Israele, incarnava le mire istituzionali. Dichiarò: «La divisione della Palestina è illegale. Non sarà mai riconosciuta. La Grande Israele sarà ristabilita per il popolo di Israele. Tutta. E per sempre».
La data stabilita per la fine del mandato britannico doveva essere il 14 maggio 1948, ma qualcosa non andò secondo i piani: quello stesso giorno, Israele dichiarò la propria indipendenza, scatenando l’invasione delle truppe dei paesi della Lega Araba e dando ufficialmente inizio alla tragedia del popolo palestinese. Yachin sostiene che «Il giorno dopo, hanno cominciato ad ammazzare il popolo di Israele. Gli Arabi hanno ucciso e trucidato intere famiglie, hanno ammazzato Ebrei in ogni luogo».
Nella propria “autobiografia” sul sito delle forze armate, Ezra descrive esempi di pietà e comprensione da parte dei militanti israeliani e di brutalità e violenza da parte dei palestinesi: durante i combattimenti a cui prese parte a Gerusalemme, insieme ai compagni voleva «usare delle casse per avvertire donne e bambini prima delle operazioni, poiché non volevamo fargli del male. Lo facemmo e perdemmo il fattore sorpresa: ci spararono addosso». Stando alle sue parole, gli arabi erano mossi da un profondissimo odio antisemita che avrebbero ripetutamente esternato durante i combattimenti: «Dicevano che avrebbero portato a termine ciò che Hitler non era riuscito a fare. Era quindi essenziale combattere per difenderci da chiunque volesse farci del male, per sentirci liberi nel nostro stesso Paese. Quindi è cominciata quella che noi chiamiamo Guerra d’Indipendenza». E proprio in seno a questa “guerra d’indipendenza”, nella primavera del 1948, la sua unità Lehi venne convocata per partecipare all’assalto a Deir Yassin.

Il conflitto arabo-israeliano si era sin da subito configurato come una vera e propria guerra civile, tanto che gli scontri erano chiamati “la battaglia delle strade”: la resistenza palestinese consisteva in tentativi di isolamento delle comunità ebraiche uniti alla definizione e conquista di punti strategici. Uno di questi era la strada che collegava Tel Aviv a Gerusalemme, la Highway 50, più tradizionalmente (e paradossalmente) chiamata Begin, come colui che di lì a poco avrebbe guidato il massacro nel villaggio alle porte di Gerusalemme. Riuscire a bloccare comunicazioni e movimenti significava tenere la “Città Santa” sotto assedio. Fu proprio in questo momento che l’Haganah (ai tempi, organizzazione paramilitare associata all’Irgun, sorella della Lehi; oggi spina dorsale delle Forze di Difesa israeliane) decise di dare inizio all’operazione Nashton: per mettere fine all’assedio era necessario attaccare i villaggi in corrispondenza del blocco stradale. Prima venne neutralizzato Al-Qastal. Poi, la mattina del 9 aprile 1948, fu la volta di Deir Yassin, oggi Givat Shaul.

Questo è forse l’episodio che più di tutti simbolizza la tragedia della Nakba: 120 combattenti dell’Irgun e della Lehi si riversarono nell’insediamento che allora contava circa 600 abitanti, uccidendone 107. Secondo uno studio dell’università palestinese di Bir Zeit le vittime identificate sarebbero quindi meno della metà di quelle inizialmente dichiarate dalle forze israeliane, ossia 254. L’obiettivo strategico, successivamente confermato dallo stesso Irgun, era stato quello di far dilagare il panico, in modo che i sopravvissuti decidessero di scappare, di andarsene. Alla fine della guerra, i profughi espulsi o in fuga sarebbero stati 711mila.

Furono uccise donne, bambini, anziani: la loro morte cruenta divenne un terribile monito per l’intero popolo arabo in Palestina. «Correvano come gatti. Casa per casa, mettevamo esplosivo e loro scappavano. Un’esplosione e poi avanti, metà del villaggio non c’era più. I miei uomini hanno preso i corpi, li hanno impilati e gli hanno dato fuoco. Hanno iniziato a puzzare». Queste le parole di Yehoshua Zettler, uno dei comandanti della Lehi, nel descrivere quello che da molti è stato chiamato “un vero e proprio pogrom”. Un massacro che si tentò anche di nascondere agli occhi della comunità internazionale, per quanto inutilmente: la Croce Rossa sarebbe potuta arrivare da un momento all'altro. Alla fine, consapevole di non avere altre opzioni, fu proprio l’Haganah a chiamare giornalisti e soccorsi, mostrando quanto accaduto.
Ezra descrive così la propria esperienza in un’intervista alla Jewish Press del 2020: «Il villaggio era un nascondiglio per i terroristi. Per mesi, durante l’assedio arabo di Gerusalemme, i cecchini palestinesi lo avevano utilizzato come avamposto per sparare ai veicoli israeliani che tentavano di raggiungere la città isolata e in preda alla fame». Secondo lui, nonostante lo stesso Primo Ministro Ben Gurion avesse riconosciuto e condannato il massacro, la natura violenta e premeditata dell’assalto sarebbe il frutto delle errate ricostruzioni di «storici di sinistra»: «Non è assolutamente successo nulla di tutto questo. È vero che donne e ragazzini sono stati uccisi, ma solo perché prestavano servizio come combattenti».
Un altro tentativo di delegittimazione della strage di Deir Yassin, sebbene più istituzionale, risale al 1969, quando il Ministro degli Esteri Abba Eban preparò un dépliant in lingua inglese (in seguito diffuso in traduzione ebraica dal partito di destra Herut) in cui confermava i fatti, ma come Ezra negava la premeditazione. Nelle sue stesse parole: «Mentre è nostra intenzione e nostro desiderio mantenere l'esattezza dell'informazione, siamo talvolta obbligati a deviare da questo principio quando non abbiamo scelta, o mezzi alternativi per respingere un attacco propagandistico o una guerra psicologica araba». Tuttavia, già allora esistevano le prove della preparazione di un piano per l’attacco al villaggio. Una lettera inviata dal comandante dell’Haganah alle due organizzazioni paramilitari che sarebbero scese in campo (Irgun e Lehi) recitava: «Vengo a conoscenza che pianificate un attacco a Deir Yassin. La cattura ed il mantenimento della posizione fa parte del nostro piano generale».

Coerentemente con questa posizione, nel 2022, all’uscita del film Netflix “Farha”, Yachin ha deciso di mobilitarsi, insieme ad altri 4 veterani, per farlo rimuovere immediatamente dalla piattaforma in quanto «diffamatorio e antisemita».

La pellicola della regista giordana Darin J. Sallam racconta la storia di un villaggio proprio come quello di Deir Yassin: nel pieno della guerra, i miliziani sionisti invadono il mondo della piccola Farha per riempirlo di violenza. Violenza che lei spia dall'interno di un armadio. In particolare, a turbare gli ex-miliziani sono state le scene in cui i soldati israeliani si accaniscono su donne e bambini: «Mia madre mi ha insegnato ad aiutare sempre gli Arabi vicini. L'idea stessa di fare del male a un bambino arabo era lontana dalle nostre menti. È pura calunnia» ha dichiarato Oded Negbi, 97 anni. Durante la guerra, prese parte a numerose battaglie nel Negev e a Giaffa, combattendo nella Brigata Givati.
Approfondimento 1
Lehi - Combattenti per la Libertà d’Israele

La Lehi, o Banda Stern, nacque nel 1940 per iniziativa del fondatore Avraham Stern. Militare e poeta, dalla Polonia emigrò nel 1925 in Palestina dove venne in contatto con le idee del Partito revisionista sionista. Divenne membro dell’Irgun, organizzazione paramilitare sionista di matrice terroristica, da cui tuttavia si distanziò per dare vita alla propria realtà: i Loḥamei Ḥerut Israel, ossia i Combattenti per la Libertà d'Israele.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, tentò di avviare delle trattative con la Germania nazista, offrendo la possibilità di un’alleanza in cambio di un aiuto nel combattere gli Inglesi e nel cacciare gli arabi dalla Palestina. Secondo la sua concezione, infatti, esisteva una differenza tra i «nemici del popolo ebraico», come gli inglesi, e quelli che semplicemente «odiavano gli Ebrei», come i nazisti: «comuni interessi potrebbero esistere fra l'insediamento di un nuovo ordine in Europa in conformità con le concezioni della Germania, e le reali aspirazioni nazionali del popolo ebraico». Membri celebri del movimento? Oltre al neo-arruolato 95enne, un certo Yitzhak Shamir, Primo Ministro Israeliano dal 1983 al 1984.
Approfondimento 2
Omicidio del Conte Folke Bernadotte: la morte della diplomazia

Nel 1948 le Nazioni Unite decisero di conferire il ruolo di mediatore in Palestina a un diplomatico svedese, il Conte Bernadotte. Durante la Seconda Guerra Mondiale, in quanto membro della famiglia reale, aveva infatti prestato servizio come mediatore tra Alleati e Nazisti, aiutando anche migliaia di prigionieri a scappare dalla Germania e sviluppando grandi capacità di negoziazione.
Tra il maggio e il settembre 1948 sviluppò un primo piano finalizzato a ottenere una maggiore stabilità e sicurezza in una terra divisa come quella palestinese. Inizialmente ideò quindi una vera e propria suddivisione territoriale tra arabi, a cui sarebbe spettata l’area del deserto del Negev, ed Ebrei, che si sarebbero invece dovuti insediare in Galilea. Gerusalemme sarebbe stata una città sotto il controllo internazionale delle Nazioni Unite, mentre aree come il porto di Haifa e l’attuale aeroporto Ben Gurion sarebbero rimaste accessibili a tutti. La proposta, difficilmente attuabile, venne rifiutata da tutte le parti in causa.
Sarebbe tuttavia stato il secondo progetto, chiamato “Piano Bernadotte”, a firmare la sua condanna. Questo piano prevedeva infatti un passo indietro da parte di Israele, un tentativo di riconciliazione dopo gli orrori della Nakba, di quella “catastrofe” che comportò nel maggio del 1948 l’esodo forzato di più di 700mila persone. Quasi un milione di arabi palestinesi espulsi dai propri villaggi, mandati via dalle proprie città, sfrattati dalle proprie abitazioni. La proposta di Bernadotte prevedeva il riconoscimento del diritto dei profughi Palestinesi alla propria terra e ai propri averi: quanti fossero tornati, avrebbero potuto reclamare ciò che era stato loro sottratto; quanti invece non fossero voluti rientrare, avrebbero avuto diritto a un indennizzo. Nel presentare questo piano alle Nazioni Unite, il Conte stesso dichiarò: «Sarebbe un’offesa ai principi della giustizia se alle vittime innocenti di questo conflitto venisse negato il diritto di ritornare nelle proprie case mentre l’immigrazione ebraica continua a riversarsi in Palestina». Una soluzione, quella dipinta dal diplomatico svedese, semplicemente inaccettabile per le mire di indipendenza ed espansione degli estremisti della Lehi.

Il 17 settembre, 24 pallottole sparate da 4 militanti avrebbero messo fine alla sua vita e a quella del colonnello francese Andre Serot, seduto di fianco a lui durante un corteo nella città di Gerusalemme. A seguito dell’imboscata, il governo di Ben Gurion dichiarò la Lehi un’organizzazione terroristica, procedendo a un suo completo disarmo e arrestandone circa 200 membri. Come già detto, le condanne, tuttavia, durarono ben poco.




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