Love is in the air. Storia di un vertice Nato fatto di dubbi e belle parole
- Camilla Consonni
- 12 ore fa
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Per due giorni, la regia del summit Nato ad Ankara è stata tutta nelle mani del tycoon: rimbrotti, ultimatum, minacce di ritirare «tutti i soldati dall’Europa» e di punire gli alleati riottosi. Poi, nelle ore conclusive, il registro è cambiato. Nelle parole di Donald Trump sono riecheggiate le note di un successo anni ‘70, Love is in the air. Il presidente Usa ha saputo disorientare gli alleati, trasformando irritazione e timori in rassicurazione: «Ho sentito amore in quella stanza», «ognuno di quei Paesi ci ama». Ma soprattutto: «Gli Usa resteranno nell’Alleanza», ora che gli altri Paesi hanno iniziato a impegnarsi seriamente per aumentare le spese in difesa. Una sorta di promessa sussurrata, che resta ben lontana dall'essere una certezza. Il segretario generale Mark Rutte ha provato a razionalizzare così questa altalena emotiva: «Il fatto che ci si scontri qualche volta su questo o quel tema ci rende forti». Insomma, l’amore non è bello se non è litigarello. Nemmeno in sede Nato.
Nella pratica, però, l’«amore» è stato soprattutto un esercizio di contenimento. E piuttosto che riflettere sugli strappi da riparare, gli alleati hanno passato il summit a cercare di tamponare l’irriverenza di un – per definizione e forse strategia – imprevedibile tycoon. E così, le pretese sul controllo della Groenlandia, avvertimenti all’Italia e alla Spagna, promesse su F‑35 per Ankara e patriot per Kiev hanno offuscato il fumo della guerra, tornata a correre in Iran.
La doppia vittoria di Zelensky. Ma i Patriot potrebbero non essere abbastanza
Sul piano formale, a uscire vincitore dai due giorni turchi è innanzitutto Volodymyr Zelensky: l’Alleanza ha promesso almeno 140 miliardi di euro di assistenza militare e civile per il biennio 2026‑2027, 70 miliardi l’anno in equipaggiamenti, addestramento e supporto. A questo pacchetto si aggiunge la disponibilità americana a offrire «garanzie di sicurezza» a Kiev e a lavorare con Mosca «a una sorta di accordo» che assicuri che l’Ucraina «non venga mai più attaccata». Ma il più grande successo è una mezza promessa strappata al tycoon: «Un uccellino mi ha detto che daremo loro il diritto di produrre i Patriot. Mostreremo loro come farlo, così smetteranno di chiederli a noi», ha dichiarato Trump, facendo preoccupare il Cremlino.

L’importanza, per Kiev, mette radici in un conflitto che sta cambiando. Per Mosca, la guerra è arrivata in casa, a disturbare 50 milioni di cittadini russi: i raid ucraini a lungo raggio flagellano ormai da settimane infrastrutture energetiche e centri di produzione bellica, spingendosi fino a 2800 chilometri di distanza dal fronte. Per Kiev, invece, lo scontro è innanzitutto nei cieli: la difesa antiaerea scricchiola e le fatalità – come testimoniato dagli ultimi, violentissimi attacchi contro la capitale – continuano ad aumentare. Per questo, un passo verso la possibilità di produrre, da soli e a casa propria, i missili intercettori a stelle e strisce è una vittoria fondamentale. Ma rischia di non bastare. O, almeno, di non arrivare abbastanza in fretta.
Trump aveva promesso che in «due o tre mesi» le aziende statunitensi sarebbero state in grado di attivarsi, ma le tempistiche rischiano di dilatarsi significativamente. La stessa Lockheed Martin non prevede di riuscire a triplicare la produzione, arrivando a circa 2.000 unità l’anno, prima della fine del 2030. Anche in condizioni politiche favorevoli, trasferire questa catena in Ucraina significherebbe mettere in piedi stabilimenti, sub‑forniture, certificazioni di sicurezza e controlli qualità in un Paese sotto attacco. A questo si aggiunge il fattore know‑how: l’addestramento per usare e mantenere i Patriot già oggi necessita di 13 settimane per gli addetti al tiro e 53 per la manutenzione. In altre parole, Kiev può accelerare grazie all’esperienza maturata in guerra e al fatto che già produce circa il 40% delle armi che utilizza, ma la trasformazione in hub per intercettori Patriot resta un obiettivo di medio‑lungo periodo. E il rischio è che la necessità immediata finisca per mangiarsi la capacità di sviluppare una filiera “made in Ukraine”. Licenze o non licenze.
Un’Europa che deve imparare a essere Unione
Dietro la narrazione di unità sventolata dal tycoon, il summit ha reso visibile una geografia politica europea che rischia di incrinarsi proprio sul tema che, finora, l’ha tenuta insieme più di ogni altro: considerare la sicurezza di Kiev parte integrante della propria. Sul fronte nordico‑balto, i leader spingono per un approccio più duro nei confronti della Russia, chiedendo di condividere «più equamente» il supporto all’Ucraina e di considerare la Federazione non solo nei termini di minaccia militare, ma anche come un pericolo a livello di disinformazione, attacchi ibridi e pressione sulle infrastrutture critiche. Chi osserva Mosca dalla finestra, come plausibile, spinge perché l’attenzione dei Paesi Nato rimanga fissa sul fronte est.

Ma di fronti ce ne sono almeno altri due. Giorgia Meloni si è schierata a paladina del fianco sud, chiedendo che Mediterraneo allargato, migrazioni e Libia restino al centro dell’agenda accanto all’Ucraina. Non si tratta di spostare investimenti e cautela, ma di distribuirla equamente, riconoscendo che le vulnerabilità sono multiple. Perché guardando a nord, la minaccia è altrettanto pressante: la Norvegia ha ricordato che la Nato già «dà molto agli Stati Uniti» mantenendo la sicurezza nell’Artico e mettendo i bastoni tra le ruote alle ambizioni russe e cinesi verso nord. In questo senso, Trump è tornato all’attacco sulla Groenlandia, che «dovrebbe essere controllata dagli Usa, non dalla Danimarca». Ma, come ha ricordato la premier danese Mette Frederiksen, l’articolo 5 «vale anche sull’isola», e gli alleati sono chiamati a rispettarne la sovranità.
Promesse e limiti di una rivoluzione industriale
Il vertice ha assunto fin dalla prima giornata le sembianze di un nuovo inizio, con Mark Rutte – il grande teorico della Nato 3.0 – che ha parlato di una «rivoluzione industriale transatlantica della difesa», capace di prendersi più rischi, di accelerare i processi decisionali e di trasformare la superiorità tecnologica Nato in capacità militari concrete. L’obiettivo dichiarato è rendere l’Europa «più forte, dentro una Nato più forte», evitando che la squadra continui a contare su un solo goleador – gli Stati Uniti – che minaccia di sedersi in panchina quando i compagni non performano al meglio.
C'è da dire che, negli ultimi mesi, Europa e Canada non hanno saltato un allenamento: nel 2025 hanno portato la spesa aggregata in difesa a 574 miliardi di dollari, in crescita di 94 miliardi rispetto al 2024, con una media salita al 2,33% del Pil, contro il 2,77% della Nato nel suo complesso. Dentro questo quadro, però, i grandi alleati che dovrebbero reggere la Nato 3.0 si muovono a diverse velocità: Berlino ha investito circa 97 miliardi di euro nel 2025, con un aumento del 24% rispetto al 2024; l’Italia è passata da 33,4 a 45,3 miliardi di euro in un anno (+36%), portandosi intorno al 2% del Pil e allineandosi alla media europea; Londra resta nella fascia alta, sopra il 2% e con un ritmo di crescita collegato al riarmo post‑Brexit; Parigi consolida gli incrementi lanciati dopo il 2022, mentre il Canada parte da livelli più bassi ma beneficia dell’onda lunga del riarmo occidentale. Ma lo stesso Rutte ha messo i dubbi nero su bianco: «C’è un limite a quanto si può spendere in due anni». Ci vuole tempo per dare inizio alle rivoluzioni, soprattutto quando il loro successo si conta in miliardi di dollari investiti.
Iran, la guerra che torna a bussare

Mentre ad Ankara si discuteva di deterrenza e coesione, le notti del summit sono state attraversate dalla crisi iraniana, che è tornata a trasformare lo Stretto di Hormuz nella leva negoziale e nel detonatore più immediato. Per pochi giorni, i funerali itineranti di Ali Khamenei fra Qom, Iraq e Teheran – con un repertorio di «Morte agli Stati Uniti» e «Vendetta» cucito addosso alla scenografia di un popolo sofferente, ma orgoglioso – hanno convissuto con due tregue: quella di sette giorni concessa da Washington per le esequie e il cessate il fuoco di 60 giorni previsto dal Memorandum d’intesa.
Già nella notte tra lunedì e martedì, i colpi della Marina dei Pasdaran contro le navi mercantili nello Stretto avevano aperto le prime crepe. Poi, da Ankara, Trump ha dato l’ordine: fuoco. Washington ha revocato l’esenzione sul petrolio iraniano e ha alzato il volume dei raid – «quattro o cinque volte superiori» a quelli di fine giugno – colpendo circa 80 obiettivi militari: difese aeree, reti di comando e controllo, radar costieri, missili antinave e oltre 60 imbarcazioni delle Guardie Rivoluzionarie. Nella notte tra mercoledì e giovedì, il copione si è ripetuto, con nuovi raid americani su Hormuz, sempre più violenti, non solo contro gli asset militari del regime, ma anche contro infrastrutture strategiche, dai ponti ai porti.
Teheran ha risposto in entrambi i casi sul terreno regionale, scagliandosi contro siti militari americani in Bahrein, Qatar e Kuwait, dove sono stati distrutti anche diversi sistemi Patriot. A Washington l’operazione è stata definita una «punizione» per la violazione della tregua, mentre Teheran ha denunciato la politica di minacce, bugie e intimidazioni a stelle e strisce, che avrebbe già più volte contraddetto i termini concordati a giugno a Islamabad. In mezzo a questa guerra di narrazioni, un punto di convergenza resta: Hormuz come leva negoziale. Ieri, il traffico si è fermato: non tanto per effetto dei blocchi minacciati da una parte e dall’altra, ma per l’incertezza di un conflitto che sembra sempre più vicino a detonare.
Il teatrino del futuro
Il capitolo europeo del summit è stato anche un piccolo varietà personale di Donald Trump, con Giorgia Meloni e Pedro Sánchez nei ruoli – involontari – di spalla e bersaglio. Prima scena: il presidente Usa atterra ad Ankara e serve il solito piatto forte, attaccando in blocco Spagna, Germania, Francia e Italia per il mancato sostegno alla guerra contro l’Iran, minacciando – in ordine sparso – di ritirare «tutti i soldati dall’Europa», di punire Roma per aver negato l’uso delle basi e di chiudere i rapporti commerciali con Madrid.
Seconda scena: nel giro di 24 ore, l’altalena si trasforma in seduta di autocritica selettiva. L’Italia, da cattiva della classe, diventa un buon Paese che «ha avuto solo un brutto momento», Meloni rientra nel perimetro dei leader con cui si può litigare ma, tutto sommato, fare pace. Con Sánchez, invece, niente redenzione: la Spagna resta «un caso senza speranza», un partner di cui il tycoon annuncia di voler interrompere ogni scambio, chiudendo il dossier con il tono burocratico di chi archivia una pratica inutile. Così, mentre con Roma si passa dal bastone alla carezza, con Madrid si va dritti al cartellino rosso.
Sul finale, però, il vertice di Ankara è riuscito a produrre molte belle parole. Un inaspettatamente mellifluo tycoon si è lasciato andare a una tirata sulla «grandissima unità» riscoperta in seno alla Nato, con la Turchia che si è fatta sede di una «riunificazione straordinaria» tra alleati che credevano solamente di essersi allontanati. Ma sotto la superficie, restano almeno tre dubbi strutturali: la dipendenza dell’Alleanza dalla volontà oscillante di Trump; la capacità europea di trasformare impegni di bilancio in capacità operative reali; la tenuta di un ordine economico e securitario che, di fatto, continua a essere ostaggio di due conflitti che nessuno sembra essere in grado di risolvere.
Se il summit ha chiarito qualcosa, è che la Nato sta provando davvero a irrobustirsi nel momento in cui le guerre ai suoi margini si sovrappongono, si contaminano e costringono l’Occidente a giocare su più tavoli insieme. Ma finché la linea del gigante americano continuerà a oscillare tra l’«amore» dichiarato agli alleati e la minaccia del disimpegno, le certezze dell’Alleanza resteranno appoggiate su un terreno instabile: pronto a scricchiolare, di nuovo, a ogni notte di Ankara o di Hormuz.




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